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Rete fognaria Milano

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Tra le infrastrutture tecnologiche della città, la rete fognaria Milano è certo la più antica.

La rete fognaria di Milano è molto innovativa su certi aspetti, ma fino a qualche anno fa non era stata neanche usata al 100% della propria potenza.

Roma, già nel sesto secolo a.C. disponeva di una vasta rete di fognature costruite allo scopo di drenare le zone paludose.

Lungo le vie cittadine, condotti di dimensioni modeste raccoglievano le acque e le scaricavano in un grande collettore fognario

la cloaca maxima, che sboccava nel Tevere.

E’ poi noto che i romani esportarono la loro raffinata tecnica idraulica in tutte le principali città dell’impero.

In effetti, diversi ritrovamenti archeologici hanno permesso di verificare che a Milano le canalizzazioni urbane hanno tradizioni molto antiche.

risalenti al periodo successivo alla conquista romana della città, quando cominciò una vasta bonifica dell’area milanese

In epoca imperiale, la città era dotata di una rete di fognature che faceva capo ad un canale emissario.

Il canale seguiva il percorso dell’attuale via Torino, fino al Carrobbio.

E’ plausibile che le acque reflue, oltrepassato il fossato di difesa delle mura, proseguissero incanalate fino nel Lambro Meridionale.

Le tracce di questo canale si possono individuare nei percorsi del naviglio del Vallone, oggi scomparso, che percorreva l’attuale via Conca del Naviglio, quindi della roggia dei Lavandai e della roggia Boniforti, fino alla confluenza di quest’ultima con il colatore Lambro Meridionale (significativamente anche chiamato”Lambro Merdario”). Oppure anche nella normale rete fognaria Milano.

La caduta dell’impero romano fu l’inizio, nel campo delle opere idrauliche, di un lungo periodo di decadenza.

Durante questo periodo non solo non si realizzò niente di nuovo, ma vennero lasciate andare in rovina le opere esistenti.

Solo verso la fine del Medioevo, si ebbe una ripresa d’attività nella costruzione di canali di fognatura.

Il nuovo impegno costruttivo portò tuttavia alla realizzazione, nel corso dei secoli, di una rete poco organica e difettosa;

le condutture, infatti, in assenza di un qualsiasi piano generale, erano costruite secondo le necessità contingenti e quasi sempre in funzione delle singole strade, indipendentemente le une dalle altre.

Le acque erano poi convogliate negli antichi canali che avevano un tempo costituito i fossati di difesa.

della Milano romana e medioevale, cioè il Seveso e la fossa interna.

Comunque, a differenza delle fognature moderne, questi condotti erano almeno teoricamente destinati al solo drenaggio delle acque naturali e meteoriche, mentre lo smaltimento delle deiezioni umane seguiva un differente percorso: la raccolta temporanea nei pozzi neri in prossimità delle case e lo smaltimento nelle campagne.

Molto spazio è dedicato dagli statuti al problema dei pozzi neri. Una prescrizione, che fù ripetuta all’infinito, è quella che vieta lo svuotamento dei pozzi neri, con relativo trasporto del contenuto, nei mesi estivi.

Il servizio di svuotamento dei pozzi neri, era svolto da appositi addetti, i navazzari (o cisternari)

un termine che a Milano avevano i conduttori delle cosiddette navazze, cioè i carri-botte con i quali veniva trasportato fuori città il liquame raccolto dai pozzi neri delle abitazioni (almeno di quelle che ne erano fornite).

Essi svolgevano un servizio di pubblica utilità traendone il vantaggio di utilizzare il liquame in campagna quale concime. Ovviamente prima della rete fognaria Milano.

A quanto pare, però, dalla frequenza con cui sono nominati nelle grida e nei regolamenti, essi costituivano un problema per l’amministrazione civica che tentava in ogni modo di incanalare e regolamentare, probabilmente con scarso successo, la loro iniziativa.

I navazzari erano per certi versi anche gli antenati dei moderni spazzini, in quanto essi erano pure autorizzati a raccogliere dalle strade il letame e l’immondizia dei mercati; ed è probabile che entrassero nei cortili e nelle cantine delle case per portar via la poca o tanta spazzatura domestica.
Il contenuto dei pozzi neri situati nelle abitazioni non doveva essere vuotato né nelle strade, né nelle chiaviche (quando c’erano) sotto di esse, e neppure nei numerosi corsi d’acqua cittadini, anche se pare che il Nirone portasse questo nome a causa dei liquami che vi venivano versati.

Dove finiva il contenuto di questi carri?

Su dove poi finisse il contenuto di questi carri, non vi sono notizie precise. La tendenza, è ovvio, sarà stata quella di trattenere il materiale utile come concime e di gettare il resto. Dove? Forse un indizio lo si può trovare in un’ordinanza del Podestà austriaco: il 1 marzo 1816 fa obbligo ai cisternari di vuotare le navazze fuori dell’abitato, in apposite fosse. Queste fosse tornano spesso nelle ordinanze successive, ma, quali e dove fossero, non sappiamo, se non che dovevano trovarsi a una certa distanza dalle mura dall’abitato.

In sostanza, nella città ancora abbastanza piccola della prima metà dell’800, in qualche modo le aree del nucleo centrale della città, e le aree delimitate esternamente dalla fossa interna del naviglio, scaricavano le proprie acque in parte nel Seveso, ed in parte nel Naviglio stesso.

Entrambi i fossati avevano come emissario comune la roggia Vettabbia le cui acque èrano utilizzate per l’irrigazione dei terreni agricoli a sud della città, adibiti prevalentemente a prato marcitoio.

qui si depuravano naturalmente, in una vasta area irrigua a valle dell’abitato, che era stata bonificata già prima del 1200 dalla tenacia dei monaci di Chiaravalle, di Morimondo e di altre abbazie cistercensi: a questi monaci, come è noto, viene attribuita l’invenzione delle marcite, così caratteristiche del panorama lombardo.

Il resto del territorio cittadino, cioè le vaste zone comprese tra il Naviglio interno e la cerchia dei Bastioni, era allora occupato per lo più da orti e giardini, ed i pochi edifici che vi sorgevano riversavano i loro scarichi nei numerosi canali irrigui derivati dalla fossa interna.

In sostanza, il problema delle fognature, similmente a quello del rifornimento idrico, in qualche modo era stato da lungo tempo affrontato, anche se in maniera precaria.

La fase moderna della rete fognaria Milano

Anche quando ebbe termine il lungo periodo di sostanziale stasi coinciso con l’amministrazione austriaca, il Comune, negli anni subito dopo l’Unità d’Italia, si diede molto da fare per numerose iniziative di ben maggiore “visibilità” delle fognature .

Si giunse così, nel 1868, al primo vero progetto di fognatura moderna che fù presentato in consiglio comunale dall’assessore Tatti e dagli ingegneri dell’ufficio 

presentato in consiglio comunale dall’assessore Tatti e dagli ingegneri dell’ufficio tecnico comunale, Cesa Bianchi e Bignami.

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I progettisti adottarono nel loro piano il così detto sistema misto, nel quale si provvedeva con un unico condotto alla raccolta delle acque di rifiuto e di quelle piovane.

I condotti di scarico che dimensione avevano?

I condotti previsti avevano una sezione moderna, di tipo ovoidale studiata in modo da mantenere una buona velocità di efflusso anche in periodi di magra e da evitare la formazione di depositi sul fondo dei canali, nei quali veniva comunque garantito un flusso continuo di lavaggio con acqua derivata dal Grande Sevese.

Per il loro dimensionamento si fece riferimento alle prime osservazioni pluviometriche sistematiche raccolte dall’Osservatorio di Brera, pur adottando ampi coefficienti di sovradimensionamento.

Quando si passò dal progetto alla fase costruttiva questi canali furono realizzati usando conci di cemento oppure cemento idraulico gettato in opera in casseforme di legno; dove necessario, manufatti più grandi erano realizzati in mattoni. Il tutto, prima della rete fognaria Milano.


I lavori non furono comunque molto rapidi ed occorsero circa dieci anni per realizzare circa 3700 metri di condutture; il problema dell’inquinamento delle acque superficiali non era affatto risolto, ed anzi nel frattempo si aggravò, sia per il tumultuoso aumento della popolazione, sia perché il territorio comunale aveva subito un forte incremento con l’aggregazione, nel giugno del 1873, del Comune dei Corpi Santi (esteso tutto attorno al perimetro della città al di fuori dalle Mura Spagnole).

La Giunta Municipale accolse le conclusioni della Commissione Tagliasacchi nel gennaio 1888 e istituì presso l’Ufficio Tecnico Comunale una speciale sezione, incaricata di preparare il progetto di un “piano generale di fognatura”.

Si arrivò così, sotto la guida dell’ing. Felice Poggi (lo stesso del progetto dell’acquedotto), al ”Progetto per la fognatura generale della città” del 1890: esso prendeva in considerazione tutta la zona delimitata dai nuovi viali di circonvallazione esterna della città, ma aveva anche lo scopo di deviare gli scarichi fognari dai canali del centro storico e di convogliarli più a sud. Il territorio era diviso in zone, ognuna servita da collettori quasi paralleli, collegati trasversalmente da canali minori, che in caso di piogge intense servivano da scolmatori riversando le acque nei canali più periferici.

E’ interessante ricordare che in questo progetto era anche prevista (ma non fu mai realizzata per problemi di costo) una integrazione tra i cunicoli fognari, ed un cunicolo dei servizi, che avrebbe dovuto scorrere lungo gli edifici e contenere le tubazioni del gas, dell’acqua potabile, ecc.. Si trattava di un’ottima idea (già proposta in altre città europee), che, se attuata, avrebbe risparmiato ai cittadini molti dei disagi che nel corso degli anni sono derivati dalla periodica escavazione dei marciapiedi e delle strade per la posa o manutenzione della miriade di tubi e cavi che passano nel sottosuolo.
Il progetto dell’Ufficio Tecnico Comunale giunse a compimento nel 1893; i lavori di costruzione erano condotti speditamente, tanto che nel 1897 risultavano già costruiti 61 Km di condotti, di cui 18 Km di collettori principali.

Agli inizi del ‘900, la effervescente espansione della città proseguiva a grande ritmo.

Nel 1911, l’ing. Poggi impostava, in continuità col recente passato, un nuovo piano di ampliamento, che seguiva le linee di espansione della città e che fu gradualmente attuato fino al 1923. Una prima idea per una comune rete fognaria Milano.

Questa data, segna l’aggregazione al territorio cittadino di una fascia di undici comuni .

Il suo contorno, (ne risultò più che un raddoppio della superficie comunale), nuovi problemi si presentarono per lo sviluppo della rete fognaria.

Le nuove aree erano, infatti, ancora prevalentemente rurali ed interessate da ridotti ed isolati insediamenti.

Quasi del tutto prive di canalizzazioni e fognature, ma nello stesso tempo ricche di rogge e canali irrigui.

Fu necessaria la redazione di un nuovo piano di ampliamento; del progetto venne incaricato l’ing.

Giuseppe Codara dell’Ufficio Tecnico Comunale, che in uno studio presentato all’inizio del 1924.

Definì i percorsi dei nuovi collettori di raccolta.

e di recapito a valle, in modo che le acque provenienti dalle zone esterne non andassero a gravare sui condotti provenienti delle zone centrali:

una sorta di anello attorno al vecchio nucleo cittadino che sgravava completamente la rete già esistente di collettori ed emissari.

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Prevedevano vari interventi di ammodernamento?

Lo studio prevedeva inoltre una serie di importanti interventi di sistemazione dei corsi d’acqua, quali la deviazione dell’alveo dell’Olona.

l’olona allora scaricava nella darsena di Porta Ticinese, l’adeguamento del Cavo Redefossi e il miglioramento delle capacità di portata del Lambro Settentrionale e Meridionale.

In quegli anni la rete fognaria milano assume quella complessità e capillarità che gli anni successivi.fino ai giorni nostri, non avrebbero fatto altro che confermare.

Lo spurgo Milano si avviava sempre di più a entrare nella storia di questa gloriosa città.

Adeguandosi un po’ per volta all’espansione cittadina (sempre tumultuosa e difficile da governare.

Nonostante il nuovo piano regolatore, approvato nel 1934, circa cinquant’anni dopo il primo piano Beruto).
Infatti diventa una rete sempre più grande e nascosta.

Il comune copre i navigli: un po’ per aprire nuovi sbocchi al traffico sempre più invadente, un po per aprire nuovi sbocchi al traffico sempre più invadente un po’ forse per togliere dalla vista e dall’olfatto corsi d’acqua sempre più sporchi.

Un mondo sotterraneo quasi speculare di quello sopraterra, con i suoi incroci, le sue diramazioni ed i suoi punti “monumentali”.

Dopo la guerra, e l’ indispensabile ricostruzione di quanto da essa distrutto.

il piano delle fognature del 1953 avrebbe per quasi un trentennio regolato la costruzione di altri 500 Km di nuovi condotti.

portando agli inizi degli anni ’80 l’estensione complessiva della rete fognaria a circa 1230 Km.

La legge Merli cosa cambiò?

Nel 1983, in ottemperanza ai dettati della legge nazionale sulle acque (legge Merli), fù predisposto un nuovo piano.

In previsione della costruzione a valle della città di tre impianti di depurazione

divideva il territorio comunale in tre bacini.

Bacino occidentale, centro-orientale ed orientale, e definiva una serie di interventi necessari al completamento dell’ossatura principale dei collettori della rete.

Ma la realizzazione dei depuratori è andata molto per le lunghe.

Prima per una lunga opposizione, da parte degli abitanti dei quartieri a sud della città.

Alla collocazione di un depuratore che non poteva stare altro che lì, per come pende il terreno.

Poi per una vicenda giudiziaria legata agli appalti la città ha così rivissuto l’incertezza dei primi tempi dell’inizio della costruzione della rete fognaria.

Spurghi Milano si è guadagnata il poco invidiabile primato di unica grande città europea non dotata di depuratore.

Alla fine i lavori del depuratore di Nosedo sono stati finalmente avviati e dal 2003 la città ha finalmente avuto il primo dei depuratori progettati. Per il momento, però, il Lambro rimane ancora il fiume più inquinato d’Italia.

I discendenti dei monaci,inventori delle marcite .

Continuano a far finta che gli stessi prati possano depurare le deiezioni di qualche migliaio o di un milione e mezzo di abitanti.

Ma il bacino idraulico di Milano?

Infine, vale la pena di accennare che negli ultimi decenni molta attenzione ha suscitato il problema del riassetto generale del bacino idraulico milanese.

Le ricorrenti esondazione del Seveso o del Redefossi, si sono periodicamente incaricate di ricordare ai cittadini la dimenticata presenza di una vasta rete di acque sotterranee.

Problemi, purtroppo, mai del tutto risolti nonostante la costruzione di canali scolmatori, come quello:

del Redefossi a San Donato, costruito nel 1976.

o come quello, di più recente costruzione, di Nord-Ovest che raccoglie le acque di Olona, Naviglio e Seveso, deviandole nel Ticino.

Questi interventi hanno contribuito ad attenuare, ma non a risolvere definitivamente, il problema delle esondazioni, in particolare del Seveso, che ha continuata a creare problemi nonostante la realizzazione di un importante manufatto di decantazione e sgrigliatura delle acque (in via Ornato, prima dell’imbocco del percorso coperto cittadino).

Fonte: Wikipedia